lunedì 30 aprile 2012

Eucarestia di Enrico Medi


 EUCARESTIA  
di Enrico Medi 
"Ecco, l'Eucarestia! mamme, quando avete messo al mondo un figlio e lo avete stretto forte forte la prima volta fra le braccia, quali parole gli avete detto? "ti mangio tutto"! Perchè grande è stato il vostro desiderio di riprenderlo, di riformare una sola carne, in un immedesimarsi sostanziale di un amore consumante. Questa è l'Eucarestia!
Ciò che noi poveri uomini, Signore, non possiamo fare, tu lo hai fatto. Noi vorremmo dare il sangue, la vita, vorremmo morire, consumarci, rinascere, risuscitare, morire ancora... ma non possiamo farlo; tu invece, Dio di ogni cosa, hai creato l'universo perchè questo fosse e hai fatto sì che potessi impazzire d'amore ogni mattina quando la tua carne viene in me per divorare la mia, quando il tuo sangue entra nelle mie vene per bruciare il mio e per trasformare tutto il mio essere nel tuo. Ecco la comunione!

Non voglio sapere Signore, come fai: che me ne importa? Non me lo dire... Se no quasi perderei tutta la poesia e la bellezza dei nostri incontri. Tu me l'hai già detto "la mia carne è veramente cibo, il mio sangue è veramente bevanda". A me che me ne importa del resto? Io che non capisco come funzionano le forze elettro-magnetiche dentro un atomo..io che non so neanche cosa vuol dire un fotone... Io che non so come si comporta la luce e se in essa prevale la natura ondulatoria o corpuscolare...No, che posso capire di te, diventato umile pane?
vedi, incontrarti per strada può essere bello, ma come faccio ad abbracciarti? Mi vedono tutti e poi come faccio a tornare a casa ...ad andare in ufficio...e quando ti ho abbracciato? Beh, un momento ti ho stretto al mio cuore..poi è finito! Invece così.. nel silenzio della mattina! Tu ti nascondi, sei là..tutto vero! In quell'ostia bianca non c'è nulla che non sia te! quegli atomi, quelle molecole che a me sembrano dal di fuori molecole e atomi e cellule di pane, sono Te. Vedi che sono?
E' inutile che ti nascondi. io lo so. Ed è soltanto così che puoi entrare della mia bocca, poi entrare nel mio cuore, prendere pezzetto per pezzetto nella mia carne e crogiolarmi nll'amore tuo, di modo che incantati in questo abbandono neppure gli angeli possono sapere se sono io o sei tu, e sei soltanto tu! E' così in adorazione che io scompaio in te e gli angeli adorano me.
Grarzie Signore: diventato Padre Figlio e Spirito Santo! e quella carne che è dentro di me e quel sangue che è dentro di me e il sangue formati dal cuore della mamma tua. Vive dentro di me lo è la  carne e il sangue di Maria. Ho tutto il al paradiso!

Grazie, Signore Eucarestia!

Il mese di Maggio

MESE DI MAGGIO

Ecco finalmente tornato il mese della bella Mammina»: così scrisse una volta san Pio da Pietrelcina all’inizio del mese di maggio.
Proprio così. E da secoli, ormai, che il mese di maggio è il mese di Maria per eccellenza, il mese della «bella Mammina».
E il mese più bello dell’anno per lo splendore primaverile che lo riveste; per questo è consacrato a Colei che la Chiesa canta e loda come Tutta Bella.
E il mese in cui sbocciano fragranti le rose nel tepore della ridente natura; per questo viene consacrato a Colei che la Chiesa esalta come Rosa Mistica.
«Mese di maggio - così il papa Paolo VI - Noi ricordiamo la letizia infantile con cui andando a scuola, porlavamo Fori per l’altare della Madonna: lumi, canti, preghiere e ‘foreIri” davano gioconda espressione alla devozione verso Maria Santissima, che ci appariva allora come la regina della primavera, primavera della natura e primavera delle anime».
 
Il mese delle grazie 
 
Maggio È: chiamato anche il mese delle grazie e delle glorie di Maria, perché in questo mese si ricevono copiose grazie, celebrando le glorie della Madre e Regina universale.
Anzi, soprattutto per i frutti spirituali che produce, il mese di maggio canta le più alte glorie di Maria Corredentrice e Mediatrice di ogni grazia.
Sono grazie di ogni sorta che Ella dona amorosamente a chi celebra questo mese.
Grazie di progresso spirituale, di rinnovamento di vita, di conversione; grazie temporali per la salute, per il lavoro, per gli studi, per la sistemazione, per la famiglia.
Quante grazie in questo mese benedetto! Tanto più che esso si chiude con la festa dolcissima della Madonna delle grazie.
Chi di noi non ha bisogno di grazie? San Massimiliano M. Kolbe, per aiutare il fratello travagliato da pericolose angustie spirituali e materiali, non trovò rimedio più efficace che raccomandargli con premura di fare il mese di maggio; e gli mandò libretti utili a fargli seguire il mese mariano giorno per giorno.
 
Un mese di maggio… per sbaglio.
Un giovane ebreo, Ermanno Coen, trovandosi a Parigi per studiare musica, si era dato al gioco e alla dissipazione. Bisognoso di denaro per soddisfare le sue brutte passioni, trovò un posto di suonatore d’organo  nella Chiesa di Santa Valeria, per tutto il mese di maggio.
Le prime sere egli suonava con totale indifferenza, da semplice mestierante. Ma senza volerlo, stando lì era costretto a sentire le prediche che ogni sera si tenevano  sulla Madonna. Di sera in sera, ascoltando, il suo spirito cominciò a turbarsi e il suo cuore a commuoversi.
Alla fine del mese di maggio pensò seriamente di prepararsi al Battesimo per diventare cattolico.
E poco dopo si fece battezzare in quella stessa Chiesa. Insieme, ebbe il dono della vocazione religiosa; divenne religioso carmelitano e morì in concetto di santità. Quante grazie da quel mese di maggio fatto fortuitamente!
 
Per la Chiesa intera
Fare il mese di maggio, quindi, è accumulare grazie, è risolvere problemi o situazioni dolorose, è ottenere il patrocinio della Divina Madre.
Per questo la Chiesa, i Pontefici, i Santi, hanno tanto raccomandato di celebrare con devozione il mese mariano.
Il papa Paolo VI nel 1965 pubblicò una Lettera Enciclica sul «Mese di Maggio» per riaffermare espressamente che la Chiesa lo considera il mese più fecondo di preghiera e di grazie celesti per tutti i bisogni dell’umanità e della Chiesa.
«Appunto perché il mese di maggio porta questo potente richiamo a più intensa e fiduciosa preghiera, e perché in esso le nostre suppliche trovano più facile accesso al cuore misericordioso della Vergine, fu cara consuetudine dei Nostri Predecessori scegliere questo mese consacrato a Maria, per invitare il popolo cristiano a pubbliche preghiere, ogni qualvolta lo richiedessero i bisogni della Chiesa o qualche minaccioso pericolo incombesse sul mondo».
 
Facciamolo bene
Non perdiamo questa grande occasione di grazia. E cerchiamo di non farla perdere neppure ad altri. Invitiamo i nostri cari e sforziamo i nostri amici a partecipare alle funzioni del mese mariano. La Madonna non rimanderà nessuno a mani vuote.
Ricordiamoci che Ella stessa, apparsa con le mani che proiettavano fasci di raggi luminosi, disse a santa Caterina Labouré: «Questi raggi sono il simbolo delle grazie che io spargo sopra le persone che me le domandano». E santa Caterina Labouré - sull’esempio di san Filippo Neri, san Camillo, sant’Alfonso de’ Liguori e di tanti altri santi - voleva che soprattutto nel mese di maggio si intensificasse la preghiera mariana, l’umile ricorso a Colei che siede sul «trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia nel bisogno» (Eb 4,16).
Ricorriamo alla Madonna ogni giorno di questo mese con la recita devota del Santo Rosario, di questa preghiera mariana che il papa Paolo VI considerava e chiamava «compendio di tutto quanto il Vangelo».
Soprattutto durante il mese di maggio, san Benedetto Giuseppe Labre si faceva vedere con due corone del Rosario: una al collo e l'altra in mano; così cercava di invogliare tutti a recitare il Santo Rosario, che è catena di grazie e benedizioni.
Ai piedi di Maria, troviamo la sorgente di ogni grazia e santità.
 

giovedì 26 aprile 2012



VANGELO (Gv 6,52-59)
La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

+ Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.

Parola del Signore

Commento
Alcune volte si ha l’impressione che le Chiese non irradino più spiritualità. Che esse cerchino di rendere la fede plausibile, che la loro predicazione lasci da parte tutto quello che è strano e, a maggior ragione, tutto quello che sfida la morale corrente. Che l’amore di Dio e del prossimo sia messo sullo stesso piano dell’impegno sociale. Ora, l’uomo ha bisogno di trascendenza, del mistero dell’inconcepibile. Egli lo trova in alcune sette religiose. La Chiesa ha perso a questo punto il suo carattere sacro? Domenica dopo domenica, giorno dopo giorno questa parola è al centro della sua azione: “Prendete, questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”. E nessuno che non voglia attenuarlo, trasformandolo in un puro simbolo o ricordo, saprebbe spiegare ciò. È e resta il mistero della fede. Ma questo mistero sembra esercitare sempre meno il suo fascino. Piacciono di più le guarigioni miracolose con l’imposizione delle mani. Tuttavia, il Signore critica questo desiderio di miracoli spettacolari. Non è da questi che viene la salvezza, ma “colui che mangia la mia carne e beve il mio sangue avrà la vita eterna”... Non può esserci, nella Chiesa, né meditazione né spiritualità se si occulta questo irritante mistero.

(da: lachiesa.it)

mercoledì 18 aprile 2012

sabato 14 aprile 2012

Vi lascio la pace, vi do la mia pace

“Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo” (Gv 14,27).


I profeti chiamarono il Messia “principe della pace” (Is 9,5); affermarono che una pace senza fine avrebbe caratterizzato il suo regno (Is 9,6; 11,6). In occasione della nascita di Cristo, gli angeli del cielo proclamarono la pace sulla terra agli uomini di buona volontà (Lc 2,14). Gesù stesso dice: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo” (Gv 14,27). Sul monte degli Ulivi, contemplando la maestà di Gerusalemme, Gesù, con le lacrime agli occhi e con il cuore gonfio, rimproverò il suo popolo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace!” (Lc 19,42). La pace è il dono apportato dal Redentore. Egli ci ha procurato questo dono per mezzo della sua sofferenza e del suo sacrificio, della sua morte e della sua risurrezione. San Paolo afferma: “Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani siete diventati vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia” (Ef 2,13-14). Quando, risuscitato dai morti, si mostrò agli apostoli, Gesù offrì loro innanzi tutto la pace, prezioso dono del riscatto. Quando si mostrò a loro, disse ai suoi discepoli: “Pace a voi!”. Vedendoli spaventati e sperduti, li rassicurò dicendo loro che era proprio lui, risuscitato dai morti, e ripeté loro: “Pace a voi!”. Gesù ha voluto fare questo dono prezioso del riscatto - la pace - e l’ha fatto, non solo agli apostoli, ma anche a tutti quelli che credevano e avrebbero creduto in lui. È per questo che mandò gli apostoli a proclamare il Vangelo della redenzione in tutti i paesi del mondo, dando loro il potere di portare la pace dell’anima per mezzo dei sacramenti del battesimo e del pentimento, per mezzo dell’assoluzione dai peccati. Inoltre, in quell’occasione, Cristo soffiò sugli apostoli e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete, i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (Gv 20,21-23). Beati coloro che credono in Dio senza averlo mai visto con i loro occhi, percepito con i loro sensi, compreso completamente con la loro intelligenza. La fede è una grazia; essa supera la conoscenza. La fede è un abbandonarsi con fiducia, non è un dato scientificamente dimostrato. Noi crediamo perché Dio si è rivelato e questa rivelazione è confermata dalla testimonianza di coloro che poterono essere presenti per decisione di Cristo e per ispirazione dello Spirito Santo, e cioè gli scrittori sacri, autori dei libri ispirati, e la Chiesa, alla cui testa si trova, in maniera invisibile, il Redentore stesso. Da ciò possiamo capire che la fede è meritoria e dunque benedetta. Infatti, accettare un sapere scientifico certo non costituisce in nessun modo un merito, mentre credere in qualcosa che non possiamo capire rappresenta un sacrificio e, perciò, un merito.
La benedizione della fede consiste nel fatto che essa ci unisce a Dio, ci indica la vera via di salvezza e ci libera così dall’angoscia del dubbio. La fede rende salda la speranza e, grazie ad essa, ci preserva dalla sfiducia, dalla tristezza, dallo smarrimento. La fede ci avvicina al soprannaturale e ci assicura così l’aiuto divino nei momenti più difficili. La fede ci innalza dalla vita materiale all’esistenza spirituale e ci riempie così di una gioia celeste.
Sulla terra, l’uomo è angosciato dal dubbio, dall’incertezza, dalla disperazione. Ma la fede lo libera da tutto questo. La fede lo rende pacifico e felice. Che cosa dobbiamo temere se Dio è con noi? La fede ci unisce a Dio e stabilisce uno stretto legame con lui. L’armonia con Dio sbocca, a sua volta, in un accordo con il proprio io, accordo che assicura una vera e propria pace interiore. Per giungere ad essa abbiamo bisogno, oltre che della fede, del pentimento che ci libera dai peccati riscattandoci. Perché è la colpa, il senso di colpa che suscita in noi l’inquietudine, e provoca tormenti spirituali, e ci procura rimorsi: tutto ciò è dovuto ad una coscienza appesantita dai peccati. La colpa non ci lascia in pace. Dice bene il profeta: “Non c’è pace per i malvagi” (Is 48,22). Mentre il salmo ci rassicura: “Grande pace per chi ama la tua legge”
(Sal
119,165).
(da: lachiesa.it)




"Vi lascio la pace, vi do la mia pace.
Non come la da il mondo, io la do a voi.
Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore"
 Amen
Scenda, o Gesù la tua pace su di noi!

sabato 7 aprile 2012

Sabato santo

Sabato Santo
Il Sabato santo, la Chiesa sosta presso il sepolcro del Signore, meditando la sua passione e morte

Sabato santo: giorno della sepoltura di Dio. Non è questo in maniera impressionante il nostro giorno? Non comincia il nostro secolo ad essere un grande sabato santo, giorno dell'assenza di Dio, nel quale anche i discepoli hanno un vuoto aleggiante nel cuore che si allarga sempre di più, e per questo motivo si preparano, pieni di vergogna e di angoscia, al ritorno a casa e si avviano cupi e distrutti nella loro disperazione verso Emmaus, non accorgendosi affatto che colui che era creduto morto è in mezzo a loro? «Disceso all'inferno» - questa confessione del Sabato santo - sta a significare che Cristo ha oltrepassato la porta della solitudine, che è disceso nel fondo irraggiungibile e insuperabile della nostra condizione di solitudine. Questo sta a significare però che anche nella notte estrema, nella quale non penetra alcuna parola, nella quale noi tutti siamo come bambini cacciati via, piangenti, si dà una voce che ci chiama, una mano che ci prende e ci conduce, la solitudine insuperabile dell'uomo è stata superata dal momento che Egli si è trovato in essa. L'inferno è stato vinto dal momento in cui l'amore è anche entrato nella regione della morte e la 'terra di nessuno' della solitudine è stata abitata da lui (J. Ratzinger, in J. RATZINGER - W. CONGDON, Il Sabato della storia, Milano 1998, 43-46, passim).


Padre nostro che sei nei cieli e tieni lo sguardo su di noi, piccole creature della terra, ravviva la nostra fede e la nostra speranza davanti al mistero della morte.Anche tu, insieme al tuo Figlio, hai voluto sperimentare il gelido silenzio del sepolcro. Anche tu, che sei l'eterno Vivente, hai voluto - per amore e compassione - diventare come un seme gettato nella terra. Per la tua sconvolgente umiltà ed empatia, donaci la grazia di saper accettare con animo forte e sereno la legge naturale della morte quale passaggio alla vita risorta .


Un Giuseppe ti ha protetto quando eri bambino.

Un altro Giuseppe ti schioda dolcemente dalla croce.

Nelle sue mani tu sei più abbandonato di un bimbo nelle mani della madre.

Egli depone nel grembo della roccia la reliquia del tuo corpo immacolato.

La pietra è rotolata, tutto è silenzio.

E’ lo shabbáth misterioso.

Tutto tace, la creazione trattiene il respiro.

Nel vuoto totale d'amore, discende il Cristo.

Ma da vincitore. Egli arde del fuoco dello Spirito.

Al suo contatto, i legami dell'umanità si consumano.

O Vita, come puoi morire?


Muoio per distruggere la potenza della morte e risuscitare i morti dall'inferno.
Tutto tace. Ma la grande lotta ha fine. Colui che separa è vinto. Sotto la terra, nel profondo delle nostre anime, una scintilla di fuoco si è accesa. Veglia di pasqua. Tutto tace, ma nella speranza. L’ultimo Adamo tende la mano al primo Adamo. La Madre di Dio asciuga le lacrime di Eva. Attorno alla roccia mortale, fiorisce il giardino (BARTOLOMEO I, cit. in Via Crucis al Colosseo, Città del Vaticano 1994).

La terra è sfinita. Tutto dorme e attende. Anche il corpo di Gesù riposa. Come per Lazzaro, la morte di Gesù non è che un sonno. Mentre l'anima è scesa, per portarvi la vittoria, fino al profondo degli inferi, il suo corpo dorme pacificamente nella tomba, in attesa delle meraviglie di Dio.
Poiché questo Grande Sabato non è come gli altri. Qualcosa è radicalmente cambiato. La cortina del Tempio si è lacerata da poco, brutalmente, scoprendo il Santo dei Santi. Il Tempio non è più al suo posto. Il Sabato non è più nel Sabato. La Pasqua nella Pasqua. Tutto è altrove. Tutto è qui accanto, accanto al corpo che dorme nella tomba. Tutto è attesa, tutto deve ora avvenire.
La Chiesa, sposa di Gesù, non si disorienta. Essa persiste presso la tomba che serra il corpo amato. L'amore non si affievolisce, non si dispera; l'amore può tutto e spera tutto. Sa di essere più forte della morte. Che cosa non ha fatto in quell'ora di tenebre l'amore di alcuni, tra cui la Vergine Maria, perché Gesù fosse strappato alla morte? Dio solo lo sa. Ha qualcuno presentito la densità di vita di cui questo cadavere e questa tomba sono colmi, come un giardino in primavera, dove anche di notte è tutto un fruscio di vita e di linfa che scorre? Noi non lo sappiamo. Sappiamo solo che Giuseppe d'Arimatea fece rotolare una grande pietra all'entrata della tomba prima di andarsene, mentre Maria Maddalena e l'altra Maria erano là, ferme di fronte alla tomba. Esse non sanno sicuramente ancora niente. Ma perseverano nell'amore. Il vuoto che improvvisamente si è creato davanti a loro è così grande che solo Dio potrebbe colmarlo. Con loro, tutta la Chiesa attende nell'amore (A. L)UF, Solo l'amore vi basterà. Commento spirituale al Vangelo di Luca, Casale Monf. 1985. 63s)


Veglia della Notte santa – la Madre di tutte le veglie.
Così S. Agostino definisce questa celebrazione.
Essa si colloca al cuore dell'Anno liturgico, al centro di ogni celebrazione.
Ad essa si preparavano i nuovi cristiani, in essa speravano i peccatori,
 tutti potevano di nuovo attingere dalla mensa ai «cancelli celesti».
Essa rappresenta Totum pasquale sacramentum.
 Infatti in essa si celebrano non solo i fatti della risurrezione,
ma anche quelli della passione di Cristo.

 

Tutte le Letture della Liturgia di oggi , qui :


Veglia Pasquale
"Donaci, o Signore, di cominciare una vita nuova nel segno della Risurrezione di tuo Figlio. Fa che non ascoltiamo noi stessi, i nostri sentimenti, le nostre abitudini, le nostre paure che ci fanno ricadere nell'usato, in ciò che è trito, in ciò che è banale e da poco. Fa che dimenticando i nostri sentimenti, noi ci lasciamo invadere da quella pienezza di Spirito Santo che tu, o Signore,Dio con noi, Dio per noi, diffondi nella Risurrezione di tuo Figlio» (C.M. Martini).




 Lc 24,1-12

[1] Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato. [2]Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; [3]ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. [4]Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti. [5]Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: <[6]Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, [7]dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno>>. [8]Ed esse si ricordarono delle sue parole. [9]E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. [10]Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli. [11]Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse. [12]Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l'accaduto.



II racconto di Luca è costruito secondo uno schema che ritroveremo anche nelle due successive apparizioni del c. 24. Alle donne incerte e impaurite appaiono due uomini «in vesti sfolgoranti» (al v. 23 saranno espressamente definiti angeli), che rivolgono loro una domanda prima di recare l'annuncio; lo stesso farà lo sconosciuto viandante con i discepoli di Emmaus (v. 26) e il Risorto con gli apostoli (v. 38). L'interrogativo apre all'insperato. Alla domanda segue il messaggio tipico del kérygma: «Non è qui [insistenza sulla tomba vuota], è risuscitato»', quindi Luca riporta un invito fondamentale: «Ricordatevi...» (v. 6). Questo 'fare memoria' della parola di Gesù o delle Scritture è condizione necessaria per vedere e riconoscere il Risorto. L'incontro con lui apre spontaneamente alla missione. Lo testimoniano le donne che, senza essere esplicitamente inviate, avvertono l'urgenza di comunicare l'inaudita notizia agli apostoli e ai discepoli di Gesù. A questo punto l'evangelista riferisce i nomi delle donne, ben noti nella comunità. Se le loro parole sembrano vaneggiamenti, Pietro tuttavia se ne sente avvinto e corre al sepolcro, dove constaterà che davvero il corpo del Signore non è lì. Inizia ora la storia della Chiesa, fondata sulla fede pasquale di Simon Pietro e degli altri apostoli.


   Per la lettura spirituale
E’ notte. Non una notte però maligna, senza strade, ma buona,
ricolma della vicinanza di Dio, e la sua Parola ci conduce.
 La seguiamo, e ci guida alle origini della nostra esistenza.
Abbiamo udito le profezie, che mostrano il cammino della salvezza attraverso la storia.
 La prima d'esse parla dei principio del mondo, quando Dio creò tutte le cose;
 la seconda dei principio della storia sacra, quando Abramo fu chiamato e stipulò
 il patto con lui e così via. Un  evento segue l'altro, e noi vediamo
la grande concatenazione fino a quella notte, di cui ha cantato l’ExuItet:
 la notte «veramente beata», in cui il Signore risorse dalla morte e dall'oscurità
della tomba alla gloria della sua vita eterna. Non solo sentiamo d'essa,
ma partecipiamo all'esperienza che la vive. A quest'ora essa è vicina;
poiché quanto egli fece e quanto gli accadde, è azione divina destinata a entrare
in modo sempre nuovo nell'esistenza cristiana, al momento della sacra celebrazione.
La stessa celebrazione ci porta a quel principio in cui - e ora non è più consentito dire noi, ma io ciascuno deve dire con serietà e gioia: a quel principio in cui io sono scaturito a nuova vita dalla grazia creatrice di Dio, al battesimo. Quando lo si celebrò per me, la luce è sbocciata in me. Quella vita, che deve durare per tutta l'eternità, è iniziata in me.
Allora ho accolto la vita di Cristo nell'intimo dei mio essere, nell'anima dell'anima mia.
Ora assumo ciò che ne consegue: essere una persona che vive non solo quale uomo,
ma come chi ha ricevuto il sigillo dei Signore.


La pietra era rotolata, la tomba era vuota,
 la prigione della morte aveva aperto le sue porte.
Per la prima volta la terra aveva restituito quello che teneva,
per darlo al cielo.
Quelli che ti cercavano morto hanno visto coi loro occhi
che tu eri là, hanno sentito l'annuncio che tu eri vivo:
 essi erano invitati a credere all'impossibile,
alla tua risurrezione. Anch'essi sono usciti, grazie a te,
dalla tomba che opprimeva loro il cuore,
quella della tristezza e delle speranze deluse,
 della notte del Calvario che aveva oscurato l'universo umano.
 Tutta l'umanità è stata liberata dal dominio delle potenze della morte.
Tutti quelli che sono ancora destinati a morire
sanno che riceveranno una vita superiore.
Dalle tombe interiori che vorrebbero rinchiudere
i nostri cuori nel dolore, nel fallimento, nella disperazione,
facci uscire vivi, più vivi che mai .
E per noi che la vita ha trionfato in te !


 Contempla
0 notte più chiara del giorno!
0 notte più luminosa del sole!
0 notte più candida della neve!
più illuminante delle nostre fiaccole, più soave del paradiso!
 0 notte che non conosce tenebre;
 tu allontani il sonno e ci fai vegliare con gli angeli.
0 notte, terrore dei demoni, notte pasquale, attesa per un anno!
Notte nuziale della Chiesa che dai vita ai nuovi battezzati
 e rendi innocuo il demonio intorpidito.
 Notte in cui l'Erede introduce gli eredi nell'eternità.


Scrutare nel buio
La paura va scrutata.
La paura del buio va affrontata e esaminata.
La paura del , esaminata, sarà la prova illuminata: la luce.

La coscienza del sepolcro vuoto è la sorgente e l'apice della fede.
La speranza non è mai vaga, perché è fondata su una tomba vuota.
L'amore è un sepolcro buio, che ci lasciamo illuminare con un dono.

Scrutare nel buio dell'io, del mondo e di Dio: è la missione della Chiesa.
E ha come effetto la resurrezione dell'io, del mondo e di Dio, oggi, attraverso la Chiesa, che fa appunto da sepolcro: buio, vuoto, ma...
E' attraverso questo segno che Gesù sceglie di rivelarsi al mondo.

Ogni resurrezione non autenticata dal confronto/raffronto con questa esperienza del sepolcro vuoto finisce lì, nel sepolcro: "nulla" e "vuoto".

Il cammino del Cristo attraversa sempre il sepolcro dell'umanità in cammino, il buio delle notti e dei nulla quotidiani, rivitalizzandoli e resuscitandoli in , nella sua Risurrezione.

La Veglia ci dice che solo l'attesa - la "veglia" - ci permette di accedere a questo dono, che è dato appunto in dono a ciascuno e a tutti, in tutto.

SCRUTARE NELL'ATTESA FA APPARIRE CIO' CHE E' OLTRE IL BUIO
don Luciano Sanvito

venerdì 6 aprile 2012

Venerdì Santo


              
                VENERDI' SANTO - In Passione Domini

La più grande lezione che Gesù ci dà nella passione, consiste nell’insegnarci che ci possono essere sofferenze, vissute nell’amore, che glorificano il Padre.
Spesso, è la “tentazione” di fronte alla sofferenza che ci impedisce di fare progressi nella nostra vita cristiana. Tendiamo infatti a credere che la sofferenza è sempre da evitare, che non può esserci una sofferenza “santa”. Questo perché non abbiamo ancora sufficientemente fatto prova dell’amore infinito di Dio, perché lo Spirito Santo non ci ha ancora fatto entrare nel cuore di Gesù. Non possiamo immaginarci, senza lo Spirito Santo, come possa esistere un amore più forte della morte, non un amore che impedisca la morte, ma un amore in grado di santificare la morte, di pervaderla, di fare in modo che esista una morte “santa”: la morte di Gesù e tutte le morti che sono unite alla sua.
Gesù può, a volte, farci conoscere le sofferenze della sua agonia per farci capire che dobbiamo accettarle, non fuggirle. Egli ci chiede di avere il coraggio di rimanere con lui: finché non avremo questo coraggio, non potremo trovare la pace del suo amore.
Nel cuore di Gesù c’è un’unione perfetta fra amore e sofferenza: l’hanno capito i santi che hanno provato gioia nella sofferenza che li avvicinava a Gesù.
Chiediamo umilmente a Gesù di concederci di essere pronti, quando egli lo vorrà, a condividere le sue sofferenze. Non cerchiamo di immaginarle prima, ma, se non ci sentiamo pronti a viverle ora, preghiamo per coloro ai quali Gesù chiede di viverle, coloro che continuano la missione di Maria: sono più deboli e hanno soprattutto bisogno di essere sostenuti.




«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici»

        L'amore di Dio per noi è ben più grande di quello di un padre. Lo provano queste parole del Salvatore, nel Vangelo: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito per la vita del mondo» (Gv 3,16). E l'apostolo Paolo dice ancora: «Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?» (Rom 8,32). Perciò Dio ci ama più di quanto un padre ami suo figlio. E' evidente che Dio ci ama oltre l'affetto paterno, lui che, per noi, non ha risparmiato suo Figlio – e che Figlio! Quel Figlio giusto, quel Figlio unico, quel Figlio che è Dio. Possiamo dire di più? Sì! E' per noi, cioè per degli empi, dei peccatori, che egli non l'ha risparmiato...


Cristo ha preso su di sè i nostri peccati per donarci la vita

        Per questo l'apostolo Paolo, per significare, in certa misura, l'immensità della misericordia di Dio, si esprime così: «Mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto» (Rom 5,6-7). Chiaramente, con questo solo passaggio ci mostra l'amore di Dio. Poiché se difficilmente si morirebbe per un uomo giusto, Cristo ha provato quanto era più grande, morendo per noi che siamo peccatori. Ma perché il Signore ha agito così? L'apostolo Paolo ce lo spiega subito con ciò che segue: «Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall'ira per mezzo di lui» (v. 8-9).

        La prova che ne dà è che è morto per i peccatori: un beneficio ha più valore quando è dato a chi non ne è degno... Poiché, se l'avesse dato a santi e uomini meritevoli, egli non avrebbe dimostrato che è colui che dà ciò che non si dovrebbe dare, ma si sarebbe mostrato come colui che si limita a rendere ciò che è dovuto. Cosa gli renderemo noi per tutto ciò?

 Meditazione del giorno
Salviano di Marsiglia (400 ca-480 ca), sacerdote
De Gubernatione Dei